Tredici ragioni che fanno riflettere

È tanto che non scrivo ma oggi sento di doverlo fare, ho bisogno di esprimere ciò che pensò e provo perché alla fine scrivere mi fa stare bene.

Questa necessità di scrivere nasce dal fatto che in questi giorni ho mille pensieri per la testa e forse anche un po’ di angoscia. Tutto questo è dovuto ad una serie TV che mi è stata consigliata, che in molti hanno guardato e guarderanno. Si chiama Thirteen Reasons Why ma, non so per quale motivo, in Italia viene chiamata 13.  In questa serie TV si parla di una ragazza, una liceale di diciassette anni che si suicida e prima di farlo decide di lasciare delle cassette in cui sono contenute tredici ragioni che l’hanno portata al suicidio ed ogni cassetta è indirizzata ad un soggetto diverso, mostrando come tutti abbiano concorso al suo malessere spingendola al suicidio.

Lo so, anche solo la trama è angosciante e di una tristezza infinita, ma vale la pena di spendere qualche ora per vedere queste tredici puntate. Ne vale la pena perché innanzitutto è la perfetta rappresentazione di ciò che un adolescente vive negli anni dell’adolescenza, cosa gli frulla nella testa, quali problemi affronta e quale sia il rapporto che si viene a creare con i genitori in quelli che sono gli anni più difficili in assoluto.

Vale la pena di vederla soprattutto perché fa riflettere sul fatto che ogni singola azione, anche quella che si nostri occhi può sembrare più insignificante, può produrre delle gravi conseguenze. Spesso soprattutto i ragazzi con uno sguardo di troppo, una battutina non andata a buon fine o un gesto, riescono a mettere a disagio una ragazza a tal punto che questa poi abbia paura di qualsiasi ragazzi che le si avvicini. Con questo però non sto salvando le ragazze, le quali più di tutti sanno quanto fa male sentirsi osservati ed esclusi eppure usano mille trucchetti per far star male un’altra ragazza ed isolarla.

Che poi parliamoci chiaro, il problema più grosso dell’adolescenza  ( e della vita in generale) è il sentirsi soli. Tutti almeno una volta nella nostra vita, abbiamo provato questa sensazione. Questa bruttissima sensazione che nessuno intorno a noi si accorga della nostra esistenza. È per questo che amiamo circondarci di mille amici, far finta di avere dei rapporti stretti con un’infinità di persone di cui però a malapena conosciamo il nome. La verità è che la solitudine ci spaventa ma quando veniamo delusi da tutti quelli che ci circondano, ci accorgiamo che alla fine non faceva così schifo. O per lo meno nessuno può farci del male se siamo soli.

La vita è difficile per tutti. Eppure tutti noi ci impegnamo per rendere più difficili le vite degli altri con le nostre azioni. Le nostre azioni che hanno pesanti conseguenze.

La spiaggia e una storia speciale 

In spiaggia. La sabbia bollente, l’asciugamano bagnato, le onde che a intervalli regolari si infrangono sulla riva, le urla dei bambini e il sole che ti acceca. 
Tutto questo mi circonda mentre inizio un altro dei tanti libri che sono solita leggere durante l’estate. Un libro nuovo, con le pagine ancora intatte e la copertina immacolata con il disegno di un bambino che raccoglie una mela. Un libro dal titolo strano “Mio fratello rincorre i dinosauri”. Un titolo che sono curiosa di capire cosa significhi. 
Questo libro è stato scritto da un ragazzo della mia età. Era la sua tesina di maturità ed è forse proprio per questo che tra tutti i libri esposti sullo scaffale della libreria, ho scelto questo. 
È un libro che parla della storia di questo ragazzo e del suo fratellino “speciale”. Un SUPEREROE come Giacomo, il protagonista del libro, lo chiama. Sì perché come tutti i ragazzi affetti da sindrome di Down il suo fratellino è affettuoso, spiritoso e soprattutto diverso. Il piccolo Giovanni infatti ama i dinosauri, ama attirare l’attenzione e ama ascoltare la musica. 
Attraverso questo racconto Giacomo riesce a trasmettere tutte le sue emozioni, le sue gioie e i suoi momenti di difficoltà. Spesso mi sono ritrovata a ridere leggendo il libro o a sentirmi triste per ciò che veniva raccontato. 
Giacomo racconta la sua vita con ciò che da tutti viene considerato un problema. Un problema così grande che, come lui racconta nel libro, gli era capitato che qualcuno gli facesse le condoglianze quando scopriva che suo fratello era down. Ma lui, un ragazzino di 19 anni, ha imparato a non farsi spaventare dalla diversità, dal giudizio degli altri ma a considerare questa diversità come qualcosa di positivo. A riconoscere ciò che di bello c’è in essa. 
Perché i ragazzi affetti da questa sindrome sono veramente dei supereroi. Ti insegnano a voler bene, ti insegnano ad avere sempre il sorriso sulle labbra nonostante le difficoltà e ti insegnano che essere diversi è più bello. È più bello che vestirsi tutti con gli stessi pantaloni strappati, con le felpe della stessa marca e i cellulari dello stesso modello. 
Ma soprattutto da questi ragazzi possiamo imparare a stupirci di nuovo davanti a piccole cose a cui solitamente non facciamo caso. 

“In effetti anche quello era vero: mostrava sempre la lingua. Pensai che forse era troppo lunga per la sua bocca. Forse sarebbe stato il primo Mazzariol in grado di usare la lingua per toccarsi la punta del naso. Noi eravamo scarsi, in quello. Non potevamo essere sia arrampicatori di alberi, sia toccatori di nasi con la lingua. Sarebbe stato eccessivo. ” 

Giacomo Mazzariol, Mio fratello rincorre i dinosauri 

La legge dei fari e altre stranezze 

Appena rientrata da una settimana in Puglia con gli amici, ho tante cose da raccontare. Tante scoperte, tante risate e tanti momenti indimenticabili. 
Per cominciare durante il viaggio di andata abbiamo scoperto che il Molise esiste veramente e che si può percorrere comodamente in 17 minuti. 
Abbiamo imparato che nell’ultimo sedile della Sharan c’è una temperatura pari a quella del circolo polare artico. 

All’arrivo in Puglia poi abbiamo notato che non c’è legge, soprattutto in strada. Le precedenze ovviamente non esistono ma esiste una legge speciale che varia da paese a paese. 
Vicino a Bari per esempio vige la “legge del clacson”. Secondo questa famosissima legge, chi suona il clacson per primo si conquista la precedenza. Dirigendosi verso Gallipoli invece vige la “legge dei fari”: chi fa i fari accecando l’altro può passare. 

Arrivati in quel di Marina di Mancaversa siamo stati accolti da due vicini di casa simpatici che ci hanno offerto fichi appena raccolti. E a parte le pentole sporche, ci siamo sentiti coccolati. Fino a quando non abbiamo conosciuto realmente i nostri amati vicini di casa. 
Sì perché a quanto pare le anziane vicine di casa pugliesi non sono diverse da quelle del resto d’Italia; vanno a dormire presto e rompono per qualsiasi cosa. Sembra però che queste abbiano dei poteri sovrannaturali e che siano in grado di immaginare letti spostati durante la notte e sentire sedie che evidentemente si muovono da sole. 

Durante i nostri viaggi abbiamo importunato povere ragazze che camminavano al bordo della strada semplicemente per far sì che i nostri amici single potessero rimorchiare. Abbiamo insultato un gran numero di persone che non sapevano guidare, che attraversavano la strada senza guardare e che occupavano una carreggiata intera con la loro bicicletta. E infine abbiamo quasi lasciato la ruota della macchina in una fossa ( ma questi sono solo dettagli). 
Abbiamo scoperto quanto possano essere fastidiosi i PR pugliesi che ti importunano chiedendoti: “Ragazzi, che fate stasera?”. Se volete un consiglio, rispondete sempre che il giorno dopo partite (Funziona veramente). Abbiamo anche imparato che per cacciare i gatti randagi basta lanciare loro addosso un’intera bottiglia d’acqua mentre la vicina di casa ci ha insegnato che per cacciare i cani randagi una bastonata basta e avanza. 
Abbiamo visto il tramonto, fatto il bagno al tramonto e infine siamo stati svegli (quasi tutti) per vedere l’alba sul mare scoprendo poi che questa invece era alle nostre spalle. 
Infine purtroppo abbiamo dovuto salutare il mare con molta tristezza e rassegnarci al fatto che la vacanza era finita. Che una settimana era passata molto velocemente e che purtroppo si doveva ritornare alla vita reale. Che purtroppo il viaggio di ritorno con le sue 12 ore era arrivato. 

Ah dimenticavo di dire  che alla fine del viaggio di ritorno abbiamo scoperto che l’aria condizionata dell’ultimo posto poteva essere spenta. Ops!   

 

Cuoricini e niente di più.

Oggi in oratorio durante la merenda stavo controllando se qualcuno mi aveva scritto su Whatsapp. Cristina, una delle bambine che ho visto crescere in tutti questi anni, vedendo una chat chiamata AMORE mi ha chiesto: ” E’ il tuo ragazzo?”.

Alla mia risposta affermativa incuriosita ha guardato cosa ci eravamo scritti. Dopo aver letto un paio di messaggi, con una faccia molto perplessa, mi ha detto: ” Ma se è il tuo ragazzo, perchè non gli mandi i cuoricini? Io al mio ex mandavo sempre tanti cuori.”

Io in un primo momento mi sono messa a ridere, in parte pensando alle storielle che anche io avevo alle medie, e in parte pensando a quanto sembra semplice l’amore per i bambini. Dopo la risata iniziale però ho riflettuto su ciò che mi aveva detto e ho pensato che in fondo l’amore sembrava così semplice quando ero più piccola.

Ci mettevamo  insieme quasi per scherzo, arrossivamo quando rimanevamo soli con il nostro ragazzo e non trovavamo mai le parole, ci scrivevamo messaggi di nascosto e sempre di nascosto ci baciavamo.

Non si aveva altro per la testa. Niente esami, niente università. Il problema principale era prima far capire al ragazzo che ci piaceva e poi, una volta fidanzati, non sembrare ridicole ai suoi occhi.

Insomma, oltre a sentirmi vecchia, Cristina mi ha fatto capire che ogni tanto bisognerebbe ritornare piccoli per vivere più intensamente ciò che proviamo.

Quante cose si possono imparare dai bambini.

 

 

Solo un grande e immenso grazie.

Anche l’ultimo giorno di liceo è arrivato. L’ultimo giorno di un lungo, faticoso ma anche emozionante percorso.  Tante volte mi sono ritrovata a pensare di lasciare tutto, tante volte mi sono chiesta perché avessi deciso di scegliere una scuola tanto difficile e tante volte ho maledetto questa scuola. Ma ora che tutto è finito, ora che ho varcato per l’ultima volta l’ingresso del “carcere” Giordano Bruno ho capito perché non ho mai mollato, perché nonostante tutto mi sia affezionata a questa scuola.

Quella lacrima che mi è scesa mentre tutti festeggiavano spruzzando champagne e urlando di gioia mi ha ricordato che oltre a momenti difficili, ho vissuto tanti momenti di gioia. Mi sono passate davanti agli occhi le immagini delle ore buche passate a ballare davanti ai video di Just Dance, degli intervalli a fare il cosiddetto “giro” dei corridoi, delle formazioni tattiche per copiare durante le verifiche di inglese e delle assemblee in cui si lottava per guadagnare il posto in ultima fila o l’interrogazione nel giorno che volevamo.

Rivedo i visi di tutti i miei compagni di classe e penso che in fondo ognuno di loro è speciale. Ci sono state liti e rancori eppure siamo sempre stata una classe speciale. Abbiamo vissuto esperienze difficili insieme, siamo cresciuti insieme senza mai dimenticare cosa fossero la solidarietà e la disponibilità. Lo dimostra il fatto che in periodo di interrogazione ci spostavamo per permettere a coloro che avevano fatto la notata sui libri di mettersi nei banchi in fondo per riposarsi un attimo oppure a coloro che non avevano studiato di studiare per l’interrogazione dell’ultima ora.

Siamo passati dall’essere dei ragazzini scatenati che imitavano le sculture del libro di arte e che facevano i dinosauri tra i banchi dell’aula di disegno, all’essere delle donne e degli uomini maggiorenni e patentati. Anche se devo ammettere che la pazzia non ci ha proprio abbandonato, visto i balli di gruppo dell’ultimo giorno di scuola. Insomma siamo cresciuti ma siamo sempre rimasti noi. I ragazzi della prima D, quelli che volevano portare avanti la sezione D che si stava estinguendo. Purtroppo non siamo riusciti in questo intento perché abbiamo perso 10 persone lungo la strada ma siamo arrivati fino in fondo uniti e legati più che mai.

Oltre a dei compagni fantastici ricordo anche dei professori che ci hanno voluto bene, che ci hanno sempre sostenuto e che ci hanno insegnato ad appassionarci a ciò che stavamo facendo. Prima che mi iscrivessi tutti mi dicevano: “ Sei pazza? I professori del Giordano Bruno non hanno un cuore.” Mi hanno spaventato è vero, ma ringrazio sempre il fatto di non essermi tirata indietro. Perché se mi fossi tirata indietro non avrei mai avuto una professoressa di italiano che mi facesse appassionare persino al latino, perché se mi fossi tirata indietro nessuno mi avrebbe spinto a scrivere e a portare avanti il Blog, perché se mi fossi tirata indietro nessuno avrebbe creduto nelle mie capacità atletiche, perché se mi fossi tirata indietro ora non saprei che “i basalti sono rocce intrusive” e perché se mi fossi tirata indietro probabilmente mi sarei arresa e avrei avuto tutti gli anni il debito in matematica.

Insomma nonostante tutto ora mi trovo a ringraziare questa scuola per tutto quello che mi ha dato, per la persona che sono diventata e per il bene di cui mi ha permesso di circondarmi.

Grazie, grazie a tutti coloro che mi sono stati vicini in questo percorso e grazie soprattutto ai miei compagni di classe a cui voglio un bene dell’anima.

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Inversione dei ruoli: genitori nuovi bambini

Ieri mio padre è stato protagonista di un episodio spiacevole. Stava ascoltando un concerto in piazza quando ad un certo punto gli è stato sfilato il cellulare dalla tasca. Fortunatamente si è accorto subito del fatto ed ha avuto il tempo di rincorrere il ladro e farsi ridare il telefono.

Fino a qua potrebbe essere un semplice episodio di borseggiamento. So già che molti si staranno immaginando il ladro come un ragazzino, altri come un signore dallo sguardo sospetto e la maggior parte (purtroppo) come uno straniero.

Il cosiddetto ladro è invece una signora sui 45/50 anni con il figlio per mano. Ciò che mi lascia perplessa non è il fatto che il colpevole sia una signora, ciò che mi lascia perplessa e che mi fa arrabbiare è che la signora abbia fatto tutto ciò davanti agli occhi del figlio.

Con quale coraggio tu, cara mamma, rubi davanti a tuo figlio? Con quale coraggio gli insegni che  quello che stai facendo è corretto?

Questi genitori che rubano, sono gli stessi che accusano i politici di essere ladri. Questi genitori che non rispettano la legge, sono i primi che accusano gli stranieri di essere dei delinquenti. Questi genitori che non sanno educare i loro figli, sono i primi che si lamentano quando qualcuno cerca di insegnare loro il rispetto che nessuno gli ha mai insegnato.

Se c’è una cosa che ho imparato in tanti anni di animatrice, è che i genitori vogliono essere rispettati dai figli ma non insegnano loro cosa sia il rispetto verso i più grandi, l’educazione e l’onestà.  Più e più volte mi sono ritrovata a sgridare bambini per i motivi più impensati (un bambino che sputa addosso ad un altro è solo uno dei tanti esempi) e lo stesso numero di volte mi sono sentita rispondere dal bambino Ma tu chi sei per dirmelo? Più e più volte mi sono inoltre trovata davanti genitori a fine giornata a lamentarsi perchè i loro figli erano stati sgridati oppure avevano ricevuto una sberla o uno strattone. E questi genitori che si lamentano sono gli stessi che a casa picchiano i loro figli perchè non sanno farsi rispettare, sono gli stessi che alle partite dei figli bestemmiano sugli spalti.

Io sono una ragazza di diciottanni ed ho ancora molto da imparare ma una cosa l’ho imparata:  il rispetto. L’ho imparata perchè i miei genitori me l’hanno insegnata fin da piccola, perchè i miei genitori non si comportavano da bambini e perchè i miei genitori avevano dei valori che i genitori di adesso non hanno.